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Il sito web dedicato all'Ambiente, all'Arte ed alla Cultura, alla Cittadinanza attiva ed alla Civiltà, ai Riti religiosi ed alle Tradizioni popolari a Lecce, nel Salento e in Puglia

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"Una festa negata"

Segnaliamo con grandissimo piacere il testo "Una festa negata", dello scrittore-giornalista dott. Tito Manlio Altomare,  inviato speciale della RAI.

È l'appassionato resoconto giornalistico-letterario del pellegrinaggio compiuto dall'Autore presso l'Abbazia di Kalena, nella piana di Peschici, nel Gargano, in occasione dei festeggiamenti della Madonna delle Grazie a cui è intitolata l'antichissimo e purtroppo abbandonato e diruto tempio di epoca alto-medievale.

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"Una festa negata"

di Tito Manlio Altomare

 

Chi viene a Peschici sul Gargano, ci viene attirato dalla splendida spiaggia, dal mare cristallino e dal pittoresco borgo antico arroccato.

Si perde, però, un luogo di altrettanto fascino. Sia perché fuori dai percorsi turistici sia perché appartato e inaccessibile per 364 giorni all’anno.

Parliamo dell’abbazia di Santa Maria di Kàlena o Càlena (la grafia varia ma l’importanza no) che gronda storia e religiosità da ogni sua pietra.

Il primo documento che ne attesta l’esistenza risale al 1023. Era autonoma e ricca: possedeva terreni, case, mulini, chiese ed aveva i diritti di pesca nel lago di Varano nonché di macellazione sugli animali.

I benedettini la eressero, i cistercensi subentrarono nel 1256, i lateranensi li sostituirono due secoli. Una storia finita male: fra la fine del 1700 e l’inizio del 1800, l’abbazia finì fra i beni ecclesiastici venduti o acquisiti per usucapione.

Per trovarla bisogna scendere ai piedi del costone roccioso su cui è abbarbicato Peschici ed allontanarsi di un mezzo chilometro dal mare percorrendo un vallone. Sembra poca cosa oggi, è stato un potente centro monastico, crocevia di correnti spirituali e politiche.

Qui si può e si deve venire solo e soltanto il pomeriggio dell’8 settembre. Quando l’aria incomincia ad essere leggermente frizzante ed il paesaggio circostante si colora del rosso del tramonto preautunnale.

Solo e soltanto in questo giorno l’abbazia è aperta il pubblico. Graziosa concessione dei proprietari privati in onore della Madonna venerata dai peschiciani per l’occasione.

Fu intorno al 1980 che per la prima volta (e di nascosto approfittando dell’assenza dei padroni di casa) entrai in quella che mi avevano detto fosse un’antica abbazia. Invero trovai solo nel cortile antecedente la chiesa solo un gran disordine, macchine agricole rotte ed abbandonate, animali da cortile schiamazzanti e, dal buco della serratura di una porta di quella che era la navata della più antico corpo ecclesiale della struttura (inizio dodicesimo secolo), vidi un’autorimessa.

Non potetti accedere alla chiesa “nuova” nella cui nicchia absidale centrale si trovava una statua lignea quattrocentesca raffigurante una Madonna con bambino. Il portone era sprangato.

Me ne tornai deluso e sconsolato: della grandezza del passato non avevo individuato nulla.

La situazione non è mutata negli anni.

Finora ha dato pochi frutti per il recupero ed il restauro dell’abbazia un’eterna lotta fra un manipolo (ingrossatosi, però, sempre più nel tempo) di appassionati e di studiosi di storia locale, coagulatosi intorno alla professoressa Teresa Maria Rauzino, presidente del Centro studi Martella, ed i proprietari dell’abbazia, la famiglia Martucci.

C’è un progetto del 1997, c’è la richiesta di un esproprio per pubblica utilità da parte del Comune, c’è anche un degrado inarrestabile della struttura con la recente caduta del tetto della chiesa “nuova”.

Ed ecco la voglia e la volontà di riappropriarsi, almeno un giorno all’anno per ora, di un patrimonio che dovrebbe essere della collettività: dal 2009, dopo la manifestazione spontanea dell’anno precedente, è rinata l’antica festa, voluta dall’Associazionismo attivo del Gargano.

Certo, non più quella di una volta con la solenne processione devozionale dal paese, il pellegrinaggio, la fiera dei prodotti agricoli e zootecnici.

Oggi una semplice e breve processione, la visita alla statua della Madonna (risale alla fine del ‘400 ed è l’unica occasione all’anno di vederla o di venerarla, esposta dai proprietari quasi come graziosa concessione alla cittadinanza), la chiacchierata con gli amici sul futuro della struttura, nel cortile d’ingresso che fa da cornice all’artistico pozzo del 1571.

Tutt’intorno, tagliate dai raggi rossastri del tramonto che ricreano un’atmosfera da sogno, le mura ricoperte dall’edera: quasi che la natura le protegga sostituendosi all’incuria e alla dimenticanza degli uomini.

La festa, dunque: un modo ed un mezzo per rimuovere le incrostazioni di inattività di tutte le istituzioni pubbliche a cui compete il compito di evitare “l’agonia delle pietre e la morte annunciata di Kàlena o Càlena”, come è stato detto e ribadito tante volte fino alla noia. 

Il tutto allietato dalla presenza e dalla musica della banda comunale: una quarantina di elementi, molti giovanissimi.

TITO MANLIO ALTOMARE

 

NOTA

Il testo del dott. Tito Manlio Altomare è stato pubblicato sul sito web dell'Associazione Ideale Osservatorio Torre di Belloluogo, la cui presidente, prof.ssa Carla De Nunzio, nel presentare ai lettori l'importante documento, così scrive:

A nome mio personale e dell''Osservatorio Torre di Belloluogo, ringrazio di cuore il Dott. Tito Manlio Altomare, Giornalista e Scrittore, per questo suo prezioso scritto che rappresenta un'importante testimonianza culturale e civile oltre che un pregevole contributo letterario per la causa della salvezza dell'Abbazia di Kalena, a Peschici.

Prof.ssa Carla De Nunzio

Presidente dell'Osservatorio Torre di Belloluogo

Lecce, 24 dicembre 2009

 

Messapi.info si associa alle parole della presidente del salentino "Osservatorio Torre di Belloluogo" e dichiara di sentirsi onorato di poter ospitare tra queste pagine il testo del giornalista e scrittore dott. Tito Manlio Altomare.

Beniamino Piemontese (curatore di Messapi.info)

25 dicembre 2009

 

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Le ragioni fondamentali del Museo della Cartapesta a Lecce

di Beniamino Piemontese

 

Lecce e la Cartapesta, la Cartapesta e Lecce.

E' impossibile parlare di Lecce senza la "sua" Cartapesta.

E' altrettanto impossibile parlare della Cartapesta senza la "sua" Lecce.

La Cartapesta non esisterebbe senza Lecce, così come Lecce non esisterebbe senza la Cartapesta.

In entrambi i modi, è vero che queste due entità, la Città di Lecce e l'Arte della Cartapesta, pur essendo grandi ognuna per le proprie virtù artistiche, culturali e storiche, sono indissolubilmente legate l'una all'altra.

L'Arte della Cartapesta ha radici lontanissime nel tempo e non se ne può stabilire una data d'inizio, così come la sua origine non può essere attribuita ad un singolo luogo, preciso ed identificabile, perché lo sviluppo del suo processo creativo è stato complesso.

Sappiamo e possiamo affermare con certezza che la grande "Lecce Barocca" ha fatto ampiamente tesoro delle straordinarie virtù artistiche ed espressive della statuaria sacra in Cartapesta.

Così, secoli fa, proprio qui a Lecce, l'Arte della Cartapesta ha trovato il suo luogo d'adozione preferito e, messa nelle mani giuste degli Artisti e delle Artiste, degli Artigiani e delle Artigiane, essa è diventata "la" Cartapesta di Lecce.

A Lecce, come magistralmente scriveva Vittorio Bodini alla metà del secolo scorso:

"Chi arriva in città, entrato appena nel labirinto d'oro chiaro delle case, vede figure in piedi o inclinate all'indietro contro il muro, far cenni ai passanti, benedire con la destra levata o invitare a esultanze o resurrezioni.

Sono Santi e Madonne esposti ad asciugare dopo ogni fase della lavorazione: li rivedremo di volta inb volta scheletri impagliati, poi rivestiti di carta e segnati da coltelli a fuoco, poi drappeggiati, passati a gesso, con testa e mani di terracotta.

Lo stesso sole che matura l'uva bassa sui vigneti della vicina campagna asciuga con dolce violenza membra e vesti e proietta contro il muro le ombre leggere di quelle immagini.

Le donne delle case vicine le consultano come fossero delle meridiane, per regolare sulla lunghezza dell'ombra le loro domestiche occupazioni."

Vittorio Bodini, Nel regno della cartapesta, 1952

La fervida operosità creatrice dei grandi Artefici della Cartapesta di Lecce ha certamente arricchito non solo la vita artistica e culturale della Città di Lecce, ma ha nobilitato una più profonda e sentita esigenza spirituale, esprimendo e soddisfacendo la vocazione cristiana della committenza e del popolo in generale.

I grandi Statuari, i Manieri, i Surgente, i Maccagnani, i Guacci, i Caretta, i De Lucrezii, i Malecore, i Gallucci, i Capoccia, e l'infinito elenco dei loro operosi predecessori e prosecutori, hanno fondato nella Città di Lecce il "Regno della Cartapesta", col suo grande Patrimonio artistico, culturale e storico costituito non solo dall'enorme giacimento delle "opere mobili" da essi prodotto, ma che è essenzialmente un Bene Immateriale ancora più grande, che va salvaguardato, tutelato e valorizzato, per tramandarlo alle generazioni future.

Per questo motivo, e per tanti altri ancora che si potrebbe continuare ad elencare a lungo, si è ritenuto giusto e doveroso costituire le fondamenta del Museo della Cartapesta di Lecce, per ospitare nel Castello Carlo V la mostra in cui sono esposte una cinquantina di opere, ovvero la prima esposizione del materiale che verrà catalogato e raccolto in seguito, attingendo al ricco Patrimonio della Cartapesta di Lecce.

Beniamino Piemontese

Messapi.info

Lecce, 25 novembre 2008

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